La comune conoscenza di Miriam è il ponte per lunghe chiacchierate sulla musica. La stessa passione per la musica il viatico per discussioni sul folklore cubano, la storia del paese e la sua cultura.
Apprendo subito le ristrettezze con cui convivono i Cubani, le sacche di estrema povertà e le difficoltà per campare. Tuttavia, con la stessa dignità e un pizzico di orgoglio, vengo messo a conoscenza della qualità dell’istruzione (completamente gratuita), del primato mondiale cubano nel campo medico e del libero accesso alle possibilità di arricchimento culturale. Teatro, cinema, sport e corsi di varia natura qui a Cuba sono alla portata di tutti, per pochi pesos cubani o del tutto gratis. La conversazione si snoda lungo le affollate calles della città in direzione Centro Habana. Una bizzarra serie di veicoli o “mezzi di trasporto” mi danno il benvenuto sull’isola. Bicitaxi, carrozze trainate da cavalli, apetaxi, camion russi degli anni ’70 e uno sterminato elenco di auto americane degli anni ’50 colorano il traffico urbano. Benarrivati nel paese dove il tempo si è fermato! Miriam mi spiega subito che l’eredità americana e poi sovietica è ancora ben tangibile. In un paese dove la Rivoluzione del ’59 ha stroncato un regime sorretto dagli Americani e dalla loro malavita e dove per 30 anni si è vissuto sorretti dalla stampella economica dell’Unione Sovietica il mondo globalizzato e i suoi riti consumistici sono un lontano miraggio!
Visitiamo l’Hotel Nacional de Cuba, spettatore fidato di quasi un secolo di storia Habanera. Al Capone, Carter, Churchill ma anche Benny Morè, Compay Segundo e altri artisti cubani e non hanno visitato le sue stanze. Di seguito un piccolo grande museo dedicato alla crisi dell’Ottobre ’62, ospitato nei bunker sotterranei costruiti per fronteggiare un’eventuale attacco Americano. La guida è un anziano ex militare che visse quei giorni di stanza nella milizia cubana, quando il mondo si trovò ad un passo dalla terza guerra mondiale.
Spiega la nascita dell’embargo americano e dei vari retroscena sull’intreccio
politico CUBA-URSS-USA di quei giorni. I giorni seguenti sono dedicati alla
scoperta di Plaza de la Revolucion con i suoi murales dedicati a Fidel Castro e
Che Guevara (vedi post precedente) e all’Habana vecchia considerata a ragione
patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Il suo intricato dispiegarsi di vie e
viuzze, le sue piazze e gli edifici coloniali omaggianti l’Art Decò, il Barocco
e il Neoclassico europeo si stagliano contrastanti sulla fatiscenza dei vecchi
edifici residenziali e brillano di una luce romantica e decadente. La sera è
tempo di ascoltare un po’ di musica cubana suonata da un’amica di Karla, la
figlia clarinettista di Mariel. Prendiamo posto all’Hotel Parque Central e nel
mentre progettiamo la nostra gita a Vinales, una lussureggiante valle a 4 ore
ovest dall’Havana.
Il giorno dopo una Chevrolet rosso sgargiante del 1951 ci aspetta sotto casa. A guidarla 2 conoscenti di Mariel che ci offrono il viaggio a 80 Cuc per tutta la valle, andata e ritorno.
Il viaggio è speciale, sembra di essere in una pellicola americana del periodo d’oro di Hollywood. La macchina con sedili di pelle in tinta, uniti davanti e dietro, sputa gasolio mal combusto lungo una strada colorata da terra color ruggine, piantagioni verde tabacco sotto un cielo turchese e sgombro di nuvole. All’arrivo nel pittoresco paesino omonimo, solo il tempo di cambiare qualche euro in Pesos Convertibles nella cadeca locale, poi via di nuovo, sul percorso una piantagione di tabacco in raccolta, le tipiche grotte carsiche della zona, il murales più grande del mondo dipinto su una montagna e lezioni di sigaro cubano con un contadino.
Il giorno dopo una Chevrolet rosso sgargiante del 1951 ci aspetta sotto casa. A guidarla 2 conoscenti di Mariel che ci offrono il viaggio a 80 Cuc per tutta la valle, andata e ritorno.
Il viaggio è speciale, sembra di essere in una pellicola americana del periodo d’oro di Hollywood. La macchina con sedili di pelle in tinta, uniti davanti e dietro, sputa gasolio mal combusto lungo una strada colorata da terra color ruggine, piantagioni verde tabacco sotto un cielo turchese e sgombro di nuvole. All’arrivo nel pittoresco paesino omonimo, solo il tempo di cambiare qualche euro in Pesos Convertibles nella cadeca locale, poi via di nuovo, sul percorso una piantagione di tabacco in raccolta, le tipiche grotte carsiche della zona, il murales più grande del mondo dipinto su una montagna e lezioni di sigaro cubano con un contadino.
Il rientro è romantico, fermi in un parcheggio a mangiare il nostro pranzo al
sacco ci immaginiamo in un drive in americano, a guardare un film comodamente
seduti in macchina. Lungo il rientro fitta conversazione con Karla sulla sua
passione per la musica, la lontananza dalla gemella violinista ora residente in
Costa Rica e le possibilità per i Cubani di un futuro migliore, liberi arbitri
della propria vita invece che passivi sostenitori di un sistema, che per quanto
retto da solidi ideali, li opprime e limita.